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Ricordate il cattivissimo critico gastronomico Anton Ego conquistato dalla ratatouille cucinata dal topo-chef Rémy? Quella caponata incantava il pestifero scrittore riportandolo, con la potenza evocativa del sapore, alla sua timida infanzia. Questo neonato amaro siciliano, il Nepèta, ha fatto lo stesso con me. Mi ha riportato agli anni in cui da ragazzetti, dopo la partita al balòn, ci facevamo riempire i nepeta 1 bicchierini di granita con metà al gusto di limone e metà alla menta. Era un’imitazione smaccata dei «grandi» che in quei tempi al bar bevevano ancora il Grigioverde. Un intruglio di grappa e menta che scomparve negli anni Settanta e che tutti noi mai assaggiammo davvero. Ecco, di base il Nepèta è tutto lì, limone e menta. Però, dire così è dire poco: perché è vero che sia un sapore che ci riporta al passato. Eppure oggi suona come nuovissimo.
Nepèta prende il nome dalla Nepitella, una sorta di Hierba buena siciliana. In realtà parecchio diffusa, nelle sue numerose varianti (tra cui l’erba gatta), anche in altre regioni: molti la chiamano mentuccia. Quindi, una gloria locale, i limoni di Siracusa. E poi, alcune erbe tipiche da amaro in quantità moderata: quelle rese note sono l’Artemisia, l’arancia amara, la Genziana. Il tutto è molto accattivante anche perché lo zucchero (12%) non appare dominante o stucchevole persino se si beve il Nepèta puro. È un amaro, ma si presta molto bene anche ad un aperitivo con la semplice aggiunta di ghiaccio o in long drink con un’acqua tonica o altre sode.

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